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Nome: Alessandro Montisci
Giornalista pubblicista, laureato in Scienze Politiche con una tesi sul cinema di Eric Rohmer. alessandromontisci@katamail.com

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lunedì, 11 maggio 2009

Sfiorarsi
di Angelo Orlando (Italia, 2006)




Allungato sul tavolo, il profilo di Céline (l'eccellente Valentina Carnelutti) luccica tracciando una curva soffice, malinconica. L'ennesima storia sbagliata si è appena conclusa con un altro uomo in fuga dietro la porta e le lacrime soffocate nella penombra della cucina. Promettente attrice italo-francese, la trentenne scivola, tra sorrisi e soave inquietudine, da un ricevimento a un corso di danza, dall'ex marito alla scuola elementare della figlia attraversando una Roma (sugg)estiva, autentica, baciata da una luce intensa o sfuggente, umorale.

Dietro una curva, sul marciapiede opposto, dentro un ristorante o per un pugno di secondi di scarto, l'itinerario di Paolo (Angelo Orlando), un quarantenne fotografo, mite, ambiguo e disordinato, sfiora ripetutamente la giovane senza mai incrociarla: invisibile, costante presenza sempre mancata per un soffio di scirocco. Una sera, però, il caso stringe le loro traiettorie davanti il portone di un lussuoso palazzo e quando l'amore sembra finalmente distendersi, i due si allontanano di nuovo. Ma forse non tutto è perduto.

Il terzo film di Angelo Orlando, poliedrico artista salernitano (cabaret, teatro, letteratura, poesia...) trova faticosamente la via della distribuzione, seppur essenziale e autonoma, dopo ben tre anni. Curioso, ingiusto, comune destino dell'odierna cinematografia italiana non allineata, nonostante i riconoscimenti internazionali che, sempre più spesso, piovono su tali opere (in questo caso: Shangai, Bangkok, Tolosa, Mons, Roma).

Scritto in collaborazione con la stessa Carnelutti (ex compagna del regista), il soggetto di questa commedia agrodolce riflette un'urgenza comunicativa sincera, il desiderio di illuminare la confusa leggerezza che, spesso, circonda i quotidiani rapporti amorosi. Incapaci di riconoscere ciò che afferiamo e soprattutto di amare completamente e senza paura, ci nascondiamo dietro effimere maschere che non compromettano alcuna possibilità di eventuale fuga. Talora, però, l'amore è più ostinato e ci costringe a fare davvero i conti con i nostri sentimenti.

Se la messa in scena rispetta efficacemente le premesse, grazie anche a un insinuante tema musicale ambient
(“Behind the glass” di Saro Cosentino, affidato alla splendida voce dell'australiana Karen Eden) che sostiene ed enfatizza i punti-chiave,  la sceneggiatura mostra qualche piccola ombra, perché pecca di eccessivo pudore limitandosi a illustrare il disagio senza mai “sporcare” la pellicola. L''indifferenza verso i personaggi suona, così, un po' stridente, stonata. Lelouch (citato esplicitamente), Sautet e Rohmer, dichiarate fonti d'ispirazione, non sembrano tanto adiacenti quanto le parole di Orlando avrebbero voluto suggerire. 6,5/10

postato da: Rohmer alle ore 03:12 | link | commenti
categorie: cinema
lunedì, 27 aprile 2009

Two lovers
di James Gray (Usa, 2008)




Le mille luci di Manhattan non sono mai state così vicine a quelle di Parigi. La notte di Leonard
(un grande Joaquin Phoenix) sulle scia della bionda Michelle (l'affilata Gwyneth Paltrow) ha il sapore agrodolce della capitale francese: la poetica fotografia di Baca-Asay spalanca finestre di sfolgorante malinconia davanti il giovane protagonista, promesso sposo tormentato, fragilissimo.

Sandra, mora e sensuale - una sorprendente
Vinessa Shaw sottopelle - lo aspetta con limpida semplicità (e completo sostegno delle rispettive famiglie ebree americane), ma Leonard brucia per l'altra, misteriosa, ambigua dirimpettaia che, pian piano, lo avvolgerà in una trappola mortale.

Il soggetto più consumato del mondo (il triangolo amoroso) diventa una storia
avvincente, cupa nelle mani di questo talentuoso quarantenne cineasta del Queens che firma un'opera struggente, lirica, tragica con un gusto profondamente personale.

Grazie alla particolare messa in scena,
che immerge il protagonista in un sofisticato, inedito clima quasi noir, il film mostra fin dall'inizio interessanti tratti incrociando l' indagine psicologica e il romanzo di formazione, il nichilismo e  il romanticismo più folgorante: il viso di Michelle nascosto dai capelli, nella scena di sesso con Leonard, o la terrazza sopra il palazzo, affascinante teatro decadente, bolla onirica sospesa nel tempo.

Lo sguardo passionale del giovane - ultratrentenne affetto da disturbo bipolare - cui l'occhio del regista si accosta, sfocia in un abbagliante iperrealismo che lega simboli e spazi amplificandone perfettamente l'assonanza, illuminandoli con un taglio vivido, originale, quasi metafisico. Così, mentre la macchina da presa scorre, ad esempio, sulle vetrate del ristorante, s'innalza sul soffitto della hall (che quadro mozzafiato!) o cattura la luce 'buona' del tavolo da pranzo, penetra il sottile strato delle cose, delle parole ad esse legate, mostrando ciò che si cela oltre il confine degli inganni quotidiani.

Isabella Rossellini
, discreta ma incisiva presenza di sguardi, sigilla il dramma con una memorabile sequenza in cima alle scale. 7,5/10

postato da: Rohmer alle ore 23:57 | link | commenti
categorie: cinema
giovedì, 09 aprile 2009

L'estate d'inverno
di Davide Sibaldi (Italia, 2007)




70 minuti in una camera d'albergo
. Fuori piove, dentro, Lulù (la bravissima Pia Lanciotti) e Christian (Fausto Cabra) hanno appena consumato un rapporto sessuale: due italiani, in una notte, alla periferia di Copenhagen. Lei è una trentottenne prostituta per scelta, lui un diciannovenne in fuga da un oscuro passato. Mentre Lulù si riveste, il giovane le chiede un'ora supplementare solo per parlare, per trovare almeno una risposta ai tormenti che lo divorano. Dopo un lungo rifiuto, la donna accetta. Sarà l'inizio di un tremendo duello psicologico che costringerà entrambi a liberare dolorose confessioni e scoprire nuove strade.

L'esordio nel lungometraggio del ventiduenne cineasta milanese - carriera precoce con più di quaranta corti già alle spalle - colpisce per la lucida messa in scena e la totale padronanza tecnica, sebbene la scrittura non convinca pienamente.
Un'opera claustrofobica, angosciante, minimale, girata in digitale con pochi mezzi e in tempo reale (per restituire al meglio la tensione sprigionata). Un film essenzialmente di gesti - violenti, teneri, inattesi - e di pesanti parole, affidato all'intensa performance dei due protagonisti (professionisti con formazione teatrale).

Sibaldi sfrutta ogni angolo della stanza per moltiplicare la suspence (suggestivi angoli di ripresa, perfetta gestione del tempo filmico, inquietanti dettagli, attriti silenziosi), mentre la coppia si "massacra" a colpi di sguardi e dissimulazioni. La splendida fotografia di Luca Fantini sottolinea la dicotomia narrativa dipingendo gli interni di rosso rovente e gli esterni di gelido blu. La storia, però, disegna una strana parabola sbandando verso un brusco, acceso melodramma: una dubbia soluzione che stona con l'efficace trama noir sapientemente costruita.  6,5/10

postato da: Rohmer alle ore 18:42 | link | commenti (4)
categorie: cinema
mercoledì, 01 aprile 2009

Tagliare le parti in grigio
di Vittorio Rifranti (Italia, 2007)




Davanti il microfono, Vittorio Rifranti (milanese, classe '66, laurea in Lettere, diploma di regia alla Civica di Milano) è timido, impacciato. Il breve incontro col pubblico per la presentazione della sua opera prima “ufficiale” (ancora inedito “Lo sguardo nascosto” del 2004) ne mostra l'immagine simpaticamente più goffa, opposta al rigoroso stile professionale.

Miglior esordio a Locarno, nel 2007, questo lungometraggio, girato in digitale con basso budget, ha una storia distributiva particolarmente tormentata. Vari problemi burocratici, legati all'imposizione (discutibile) del divieto ai minori, ne hanno bloccato l'uscita per ben due anni, nonostante il prestigioso riconoscimento ottenuto. Solo ora, trova finalmente il respiro delle sale italiane.

Un film sofisticato, cerebrale. Imperfetto nei dialoghi (la lacuna più evidente), ma incredibilmente efficace nell'
astratta messa in scena: la luce trasmette una sofferenza straziante, la superficie degli oggetti - ora opaca ora lucida (persino le pagine patinate di un innocuo catalogo riflettono un barlume sinistro) - amplifica la desolazione dei rapporti umani, l'angoscia delle parole scava un vuoto agghiacciante, le nude pareti diffondono un gelo insostenibile.

La fondamentale fotografia di Andrea Serafino gioca soprattutto con la sovraesposizione creando suggestivi quadri sospesi, congelati in una dimensione surreale: corpi immersi in un bagliore ora accecante ora soffocante, perimetri indefiniti, ambiguità, crudeltà.

Nadia (una magnetica, spigolosa Micol Martinez), Paola (Isabella Tabarini) e Massimo (Fabrizio Rizzolo) si incrociano nel corridoio di un ospedale durante la comune riabilitazione successiva a un grave incidente stradale. Miracolosamente riconsegnati alla vita, 
nonostante le profonde cicatrici che li solcano, i tre giovani rimbalzano dalla tormentata esperienza, dopo aver attraversato il tunnel del coma. Di quel misterioso viaggio, però, nulla ricordano se non un vago, inquietante spettro.

Trascinati in uno spazio alieno, lontano dalla realtà, allacciano un legame via via sempre più stretto, esclusivo e morboso. Una volta a casa, cominciano a frequentarsi di nascosto dai loro affetti provando, letteralmente sulla propria carne, prima il dolore fisico (lame, vetri ecc.) poi il sesso come strumenti di conoscenza del confine della morte, del piacere e della vita. Trovano nella body-art estrema il casuale, perfetto punto d'incontro iniziando, così, un lungo percorso empirico, un nuovo drammatico itinerario che cambierà per sempre la loro vita.

Rifranti osserva questa lugubre discesa nell'inferno psicologico con una lucidità impressionante. Sfiorando a tratti il gotico (da brividi la lenta discesa dalle scale, nell'intro della performance teatrale) a tratti il lirismo più stralunato (la danza dei corpi appesi, un frammento di grande cinema), il regista milanese firma un'opera aspra, opprimente, ispirata alle atmosfere malate di Cronenberg e di Garrone. Imprecisa per alcuni aspetti (il tema della guerra balcanica, che coinvolge Massimo, rimane sfilacciato), ma assai preziosa per il tentativo di elaborare un personale, coraggioso, sperimentale linguaggio cinematografico.
7/10

postato da: Rohmer alle ore 18:55 | link | commenti
categorie: cinema
sabato, 28 marzo 2009

The wrestler
di Darren Aronofsky (Usa, 2008)




Quando Randy "The Ram" Robinson (un perfetto Mickey Rourke) esce dall'inquadratura, dopo l'ultimo volo dal bordo del ring, la tensione si scioglie e il quadrilatero si confonde col perimetro del fotogramma.
Risucchiato dal vuoto, il pesante protagonista di questo doloroso racconto morale esce di scena entrando nello spazio eterno dei loosers e sublimando la sua parabola nel mito.

La vecchia stella (decadente) di Randy, brillante icona del wrestling anni Ottanta, rotola malamente, ora, nella polvere del New Jersey, costretta a esibirsi per un pugno di dollari davanti a famigliole e ragazzini. Ma quando incrocia lo sguardo simpatico di Pam, una spogliarellista di cui diventa amico (
la sorprendente Marisa Tomei, infinitamente più carina - e convincente - ora di vent'anni fa), la sua vita sembra trovare, finalmente, la giusta direzione.

Resuscitato dopo un lungo calvario personale,
Rourke dà tutto sé stesso a un personaggio non molto originale, ma autentico e struggente come pochi. Il suo corpo lucido e imponente, gonfio e un po' goffo è marchiato dalle ferite e dai travagli di una carriera tormentata ed è esibito con iperrealismo, autoironia e ovviamente una palese intenzione autobiografica (personaggio e interprete, si sovrappongono più volte).

Aronofsky si appoggia totalmente al protagonista abbracciandolo con una messa in scena intensamente emotiva, ma immergendolo in una
sceneggiatura poco equilibrata - tanto efficace e tesa nel primo tempo, quanto distratta e molle nel secondo - riscattata, però, da un notevole finale.

Scadente il doppiaggio italiano: l'inglese di "Ram" è assai più significativo, ricco di strappi, scaglie di parole, sussurri e troncature sibilline che chiudono il cerchio intorno a una personalità più complessa di quanto appare sui nostri schermi. 6,5/10 

postato da: Rohmer alle ore 17:48 | link | commenti
categorie: cinema
martedì, 25 novembre 2008

Rachel sta per sposarsi
di Jonathan Demme (Usa, 2008)



Agita forte i pugni in aria, Paul (Bill Irwin), mentre il viso si accartoccia in una smorfia disumana. Le labbra si incollano, il respiro si blocca e le sopracciglia si piegano in un arco disperato. No, non deve piangere, non può, non adesso che l'intera famiglia è riunita per la prova generale del matrimonio della primogenita Rachel (una precisa Rosemarie DeWitt). Così, ricaccia le lacrime in fondo al cuore, dove il suo piccolo Ethan riposa in un ricordo soffocato con le unghie.
Un quadro fulminante come un lampo di luce metafisica. Iperrealismo essenziale, chirurgica bellezza. In pochi secondi, l'occhio di Demme cattura lo sforzo emotivo del gesto, la sua purezza suprema e ci toglie il respiro.

Questo grande film corale, che cita Altman, ricorda Sirk e ringrazia Corman nei titoli di coda, ha i colori caldi e il pathos di una confessione, perché consuma ogni sequenza nella macerazione, tanto involontaria quanto imprevedibile (e perciò più potente) di una certezza. Fa a pezzi i rapporti umani con una semplicità disarmante e a ritmo di samba, dub e rock (grande Neil Young) ribalta i valori piccolo-borghesi e scioglie le meschinità incrostate nel quotidiano.

Interno-cucina, salotto, giardino. Nella grande casa - la vera abitazione del regista, riempita per cinque giorni di interpreti, amici e collaboratori - è un frenetico via vai di vestiti, vassoi, musicisti panetnici, abbracci, ma anche veleni, ipocrisie, vendette e rese di conti.
Scortato dalle scosse telluriche della camera a mano, dalle voragini istintive dello zoom, dai penetranti primi piani che si incollano ai (ris)volti dei protagonisti, il rutilante antipasto cerimoniale si trasforma in un meraviglioso teatro filmato, costruito in progress, pieno di vita e di passione (la sceneggiatura di Jenny Lumet, infatti, all'uopo fu originariamente scritta).

Kym (un'impressionante Anne Hathaway), ex tossica in permesso dal centro di riabilitazione, piomba nel mezzo della bolgia casalinga e ben presto si rende conto che avrebbe fatto meglio a rimanere in comunità. Perenne sigaretta in bocca, caschetto ribelle, look alternativo, la sorella "scomoda" di Rachel (scopriremo presto il toccante segreto che cela) si fa largo a spallate tra i parenti serpenti, vittima sacrificale costretta dall'inesorabile stigma della devianza, destinata all'eterno "supplizio" da (quasi) tutta la stirpe. Prima ignorata, poi compatita, infine sottovalutata perfino da una madre assente (Debra Winger d'alta classe che cala il poker in un devastante corpo a corpo con la stessa Kym).
Dinoccolata, emaciata, negletta, eppure tremendamente empatica, la giovane, lunare protagonista urla amore silenzioso dagli implacabili occhi scuri, scalpita e proietta il cuore dove nessun altro arriva, nonostante tutto. Finirà stremata di sé, ma trasformata, dopo aver raggiunto, faticosamente, il punto d'equilibrio con Rachel (e forse anche con sé stessa) prima dell'etereo, agrodolce epilogo.
Anne Hathaway (la faccia più giusta che il regista potesse scovare), fatta di sguardi lucidi, piegati, intensi e di espressioni sottilmente sconvolgenti dà a questo struggente personaggio una forza inaudita. 7,5/10


postato da: Rohmer alle ore 02:07 | link | commenti (7)
categorie: cinema
lunedì, 17 novembre 2008

Il matrimonio di Lorna (Le silence de Lorna)
di Luc e Jean-Pierre Dardenne (Belgio, 2008)



Il viso di Lorna (la stupefacente Arta Dobroshi, ventottenne di Pristina) brilla per un secondo: un sorriso accennato, inatteso, cristallino. Saluta il coinquilino Claudy (Jérémie Renier) che si allontana in bicicletta e lo rincorre per qualche metro. Poi si ferma, ma il suo volto tradisce un'impressione d'amore, una saetta colorata nel grigio di Liegi.

Una delle scene più belle dell'ultimo lungometraggio dei fratelli Dardenne suggella un crudo, struggente racconto morale di grande scrittura (miglior sceneggiatura a Cannes) e rigorosa messa in scena. Lorna è un'immigrata albanese che, pur di ottenere la cittadinanza belga e realizzare i suoi progetti col conterraneo fidanzato Sokul, accetta il piano criminale del socio Fabio (Fabrizio Rongione): sposare il tossico Claudy per poi ucciderlo simulando un'overdose. Quindi, risposare un mafioso russo, disposto a pagare molto bene per ottenere a sua volta la cittadinanza, infine spartirsi il denaro con i due malavitosi. Ma il tenero, travagliato rapporto con Claudy mescola inaspettatamente le carte.

La macchina da presa dei Dardenne, meno asfissiante che in passato (un lineare 35 mm, dopo le furiose traiettorie della macchina a mano), si concede aperture più centrate, meditative e ariose, arricchite con inusuali frammenti musicali (Beethoven, Deus). Ne guadagna certamente l'impianto stilistico, più maturo e autorevole, ne perde forse un poco la celebre potenza visiva, più diluita che in passato, salvo una strepitosa, ambigua sequenza di sesso e affetto consegnata direttamente a futura memoria cinefila. 7/10

postato da: Rohmer alle ore 15:21 | link | commenti (3)
categorie: cinema
martedì, 26 agosto 2008

Gomorra
di Matteo Garrone (Italia, 2008)



Non soffia il vento tra "Le Vele" di Scampìa. Non osa entrare nei lunghissimi corridoi che percorrono questo enorme, abbandonato complesso residenziale all'estrema periferia nord di Napoli. Persiane abbassate, porte serrate o divelte. Solo gli spacciatori, i commessi delle cosche o gli scugnizzi scorazzano indisturbati tra i sentieri desolati di questo "penitenziario" occupato abusivamente dagli anni Settanta e dimenticato da qualsiasi autorità. Qui non esiste Stato o legge: c'è solo la camorra e le sue parole sono le mitragliette, il suo movente, il denaro, e il suo unico scopo, il potere.

Dopo il robusto "Primo amore" e il perfetto "L'imbalsamatore", Garrone racconta, traendo liberamente spunto dal fortunato romanzo omonimo di Saviano, la faida di alcune famiglie sullo sfondo del sistema criminale che regola una parte della realtà sociale napoletana (e italiana). Con il consueto stile assai secco, il regista partenopeo disegna un quadro terrificante, maestoso e implacabile di un'umanità ridotta ai minimi termini dove il confine tra la vita e la morte si scioglie tra un sì o un no. Ma se dal punto di vista socio-politico l'opera è importante, da quello cinematografico arriva la delusione.

Pur efficace nel lucido sguardo che impasta in modo così originale corpi e spazi, "Gomorra" è un film a cui manca, purtroppo, il cinema. E' una fusione poco comprensibile di stili, sensibilità e generi diversi, un ibrido incompiuto che disperde nell'autocombustione la propria enorme potenza. Non è un documentario, ma nemmeno fiction. Forse è un noir (ma la storia dov'è?) o un dramma realistico o metafisico. E' tutto ciò e nulla di tutto questo. Manca l'organicità che fa di un film un insieme completo, coerente, autonomo, ovvero un grande, eterogeneo puzzle di cui, però, si scorge l'incastro delle tessere (storia, percorsi della sceneggiatura, illustrazione, ramificazione e sviluppo dei personaggi rispetto alla loro posizione nel soggetto ecc.).

Solo alcuni di questi elementi sono compiuti e solo pochi frammenti esplodono vera arte cinematografica (la sovrapposizione ironica di una vecchina che sbadiglia davanti a un'aggressiva maschera di tigre, ad esempio). Il resto è foglia secca che si accartoccia come i poveri ragazzi protagonisti dell'episodio più agghiacciante: Ciro e Marco. Peccato. 6/10

postato da: Rohmer alle ore 02:13 | link | commenti
categorie: cinema
sabato, 28 giugno 2008

La vita che vorrei
di Giuseppe Piccioni (Italia, 2004)



Laura o Eleonora? Stefano o Federico? Il gioco di specchi di questa sofisticata commedia (o dramma?) comincia già dal titolo che lega due set: il primo di Piccioni, il secondo di un regista che sta girando un melodramma ottocentesco con gli stessi protagonisti. Fiammeggiante metacinema, dunque.

Lui è un attore affermato di trentacinque anni che coglie la buona occasione dopo un periodo nero. Lei è una collega trentenne con ben altra fortuna professionale che ottiene, però, inaspettatamente, la parte principale femminile (sarà la sfortunata Eleonora) nonostante un provino assai poco convinto: magnifico prologo in videocamera, astrale, sgranato, schizoide, efficacissimo.

Laura (una strepitosa Sandra Ceccarelli) e Stefano (un cinico e tormentato Luigi Lo Cascio) si conoscono durante le prime prove. Si osservano, si studiano via via sempre più complici finendo per fronteggiarsi apertamente e spietatamente. Orgogliosi, avvelenati, ma innamorati come bestie. Così, il romantico copione che i due giovani interpretano si intreccia sempre più profondamente con la loro storia sentimentale e le immagini riflesse si sovrappongono e si moltiplicano smisuratamente.

Piccioni lavora soprattutto su questi tortuosi rimbalzi, sorretto da una sceneggiatura magistrale che mantiene sigillata qualunque uscita di sicurezza incollando la schiena alla poltrona per due ore. C'è sempre un'angoscia sottile, una claustrofobica tensione anche negli scambi apparentemente più leggeri. L'ambiguo "candore" di Laura, l'instabilità di Stefano così come lo squallore dei produttori e dei vari traffichini che gravitano attorno all'ambiente cinematografico amplificano il costante disagio di situazioni al limite del controllo.

Un lungometraggio molto complesso, stratificato, sommesso. Un'opera controversa, ingiustamente sottovalutata, che esprime, invece, un grado di ricerca, di elaborazione stilistica e di raffinatezza difficilmente rintracciabili nell'odierno panorama italiano. 7/10

postato da: Rohmer alle ore 10:34 | link | commenti (6)
categorie: cinema
mercoledì, 04 giugno 2008

Il divo
di Paolo Sorrentino (Italia, 2008)



Infilzato da una dozzina di aghi, il volto solenne di Giulio Andreotti (un gigantesco Toni Servillo) sembra la maschera di Frank Cotton. L'agghiacciante protagonista di Hellraiser, fondamentale horror di fine anni Ottanta, resuscita miracolosamente sulle profonde rughe del senatore a vita, grazie a un vertiginoso movimento di macchina. Scopriremo, poco dopo, che nemmeno questa "nuovissima" terapia cinese, cui si sottopone il leggendario politico, avrà alleviato la sua terribile emicrania.

Giulio Andreotti sulla cyclette. Giulio Andreotti in bagno, a letto, in cucina. Fissa un micio bianco sulle scale di Palazzo Madama. Lo ipnotizza. Dichiara il suo amore alla moglie (superba Anna Bonaiuto) passeggiando nel cimitero del Verano. Con una mano tiene a bada uno scatenato Cirino Pomicino che balla la samba, con l'altra le sue numerose ammiratrici che lo ricoprono di lettere (meticolosamente custodite dalla sua segretaria, una struggente Piera degli Esposti).

Intanto, viene ammazzato Moro, saltano per aria piazza Fontana e piazza della Loggia, la stazione di Bologna e il generale Dalla Chiesa. Un DC9 precipita davanti a Ustica, Calvi e Sindona si suicidano, qualche pentito di Cosa Nostra sputa il rospo. Ma non è finita. Prima il giudice Falcone, poco dopo il suo collega Borsellino, vengono massacrati in due tra le più devastanti stragi che l'Italia repubblicana abbia mai conosciuto. Totò Riina viene catturato dopo un oscuro blitz. Al maxiprocesso, quando una cronista gli chiede del suo presunto incontro con Andreotti, accenna un malizioso sorriso.

Giulio non si scompone. Mai. Pasteggia con le aspirine preparando il memoriale difensivo per il processo: il suo, finalmente. La cronaca, invece, ce lo riconsegna lindo e profumato mentre Sorrentino chiude il suo capolavoro con un'azzeccatissima base elettro-pop su sfondo nero. Ma piomba il gelo sul sorriso abbozzato, il nostro. Grandioso. 8/10

postato da: Rohmer alle ore 01:16 | link | commenti (5)
categorie: cinema