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Nome: Alessandro Montisci
Giornalista pubblicista, laureato in Scienze Politiche con una tesi sul cinema di Eric Rohmer. alessandromontisci@katamail.com

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venerdì, 18 dicembre 2009

Dieci inverni
di Valerio Mieli (Italia, 2009)




"Su di noi il tempo ha già giocato ha già scherzato ora non rimane che provar la verità".
Vertigine, trasalimento. E' una fitta come uno spillo nel cuore il prezioso verso di Capossela che "appiccica" Silvestro e Camilla (la bravissima Isabella Ragonese) in un lento struggente (
"Parla piano") durante una festa.

Da Venezia a Mosca poi ancora in laguna. Dai giorni spensierati dell'università alla maturità professionale, Camilla e Silvestro si rincorrono per dieci inverni prima di ammettere l'uno all'altra di amarsi. Una storia dolce e spigolosa, nata accumulando ferite e dissimulazioni, superando l'orgoglio, il pudore e la paura.

Mieli li segue con equilibrio, forse con troppa misura, ma centra la macchina da presa sui loro volti segnati di malcelato disagio. Con la testa all'indimenticabile "Un amore" di Tavarelli, istantaneo accostamento, e il cuore alla più delicata commedia d'autore francese (Sautet per primo), questo sincero esordio colpisce per il realismo e la sensibilità dello sguardo.

Nonostante il racconto inciampi in un pugno di situazioni un po' forzate e la sceneggiatura utilizzi qualche espediente scontato, il soggetto (dal romanzo omonimo del regista) è solido e dimostra una nitida percezione
dell'eterna ambiguità dell'amore.

Anche Venezia partecipa silenziosamente al lunghissimo corteggiamento: i
canali avvolti in una magica foschia, le malinconiche piazze deserte, gli improvvisi squarci di luce fredda dipingono con efficacia espressiva la logorante sospensione sentimentale della coppia. 6,5/10

postato da: Rohmer alle ore 01:21 | link | commenti
categorie: cinema
sabato, 10 ottobre 2009

L'artista
di Mariano Cohn, Gaston Duprat (Argentina/Italia, 2008)




Bolle, venature, frastagli: le incrostazioni sul muro dell'istituto geriatrico producono disegni surreali, ermetiche geometrie su cui la macchina da presa indugia. Il vecchio Romano (un meraviglioso Alberto Laiseca) vive in questo perimetro dimenticato. Davanti a enormi finestre abbaglianti, seduto sulla carrozzella, rinchiuso nel mondo semi-autistico. Jorge Ramirez (Sergio Pangaro), il grigio infermiere che lo cura, guida
quotidianamente la sedia a rotelle lungo il triste chiostro. Porta l'uomo in giardino, gli passa preziose sigarette, gli somministra numerose pillole, scopre, infine, i suoi “straordinari” disegni.

Romano è un “artista” che il pubblico, però, non conoscerà mai, perché le sue eccentriche “opere” create col pennarello, schizzate su mille fogli di carta, finiscono, una dopo l'altra, nel cassetto di Jorge che le presenta, un giorno, a una galleria spacciandole come proprie. Dopo un'iniziale diffidenza, il giovane impostore suscita interesse e viene ingaggiato per una piccola mostra. Ma l'inatteso successo gli apre le porte della critica trasformandolo, in breve, in un "autore" d'avanguardia di fama internazionale. Corteggiato da docenti, osannato da cultori, oggetto di prestigiose conferenze, l'universo di Jorge cambia radicalmente finché accade l'imprevedibile.

Splendidamente fotografata dagli stessi registi (con lunga formazione video-sperimentale), quest'opera prima soffre, però, di alterigia. Dietro l'ironia delle austere, statiche inquadrature, dominate da un ocra spento ed elegante, si nasconde una messa in scena schematica, manichea che, perseguendo ostinatamente il fine della metafora, si perde nell'affilata congettura. A farne le spese è la segreta magia dei gesti di Romano, gli affascinanti movimenti delle sua mano e della penna che stringe tra le dita. Quadri isolati nel loro incomprensibile fascino arcano che, tuttavia, sfiorisce in un implacabile freddezza narrativa. Un intimo itinerario, assai suggestivo, ingiustamente sottovalutato.

Che cosa è 'l'arte'? Sta solo negli occhi di chi la guarda? Chi è 'l'artista'? Cohn e Duprat non danno risposte. Scelgono uno sguardo distaccato, spiazzante, provocatorio inquadrando spazi vuoti al posto delle "criptiche" opere esposte. I disegni, cioè, diventano
la definitiva allegoria, l'invisibile prospettiva rovesciata da cui osservare i visitatori. La galleria d'arte si trasforma, così, in un preciso punto di vista antropologico, divertente, ma pretenzioso. Un'operazione intrigante e scivolosa. 6,5/10

postato da: Rohmer alle ore 19:50 | link | commenti
categorie: cinema
lunedì, 21 settembre 2009

Lourdes
di Jessica Hausner (Austria, 2009)




Sulla parete rocciosa color piombo la luce riflette un bagliore sinistro. Christine (l'eccellente Sylvie Testud) ha le mani appoggiate sulla pietra lucida, levigata dall'acqua sorgente che cade nelle viscere della terra. Discreta, misurata, accetta con sibillino distacco l'eventuale possibilità del “miracolo” che attrae milioni di malati, ogni anno, in quest'ampia valle ai piedi dei Pirenei: guarire dall'infermità che la inchioda alla sedia a rotelle.

“Preferisco i viaggi culturali”, confessa la giovane a Kuno (Bruno Todeschini), un guardia dell'Ordine di Malta che la segue nel pellegrinaggio e di cui Christine si innamorerà, timidamente ricambiata. Il subdolo scetticismo della ragazza contrasta con il maestoso apparato mercantile che la circonda: statuette, depliant, bidoni d'acqua “santa”, gite organizzate. Indefessi riti quotidiani, scanditi dal rigido protocollo imposto dalle suore, graffiati da una sottile violenza psicologica (sconvolgente il breve piano-sequenza della sacra abluzione), caratterizzano il monotono soggiorno.

Il movente puramente terreno - l'attesa della guarigione fisica più che spirituale - abbraccia i fedeli intorno all'unica meta. Nessuno spazio per la consapevolezza, l'evoluzione quando persino le risposte dei sacerdoti sono elusive, fumose, deludenti. Christine si muove in questo folle teatro con uno sguardo dolcemente indolente, tuttavia nel momento in cui scopre improvvisamente d'essere stata “miracolata”, sfiorando ancora quella pietra bagnata, comincia a interrogarsi sulle ragioni per cui il destino o il caso abbiano scelto proprio lei. Ma sarà davvero guarita?

Jessica Hausner, al terzo lungometraggio, firma un'imponente commedia drammatica che riflette sulla fede e la morale con la soavità dell'ironia, l'acume dello sguardo, l'ambiguità del messaggio.

Piazza la macchina da presa nei posti più impensabili (magnifica la ripresa angolata accanto alla colonna della cattedrale) nutrendosi della sublime luce trascendentale che avvolge gli oggetti: come non riconoscere, nel quadro appeso in camera di Christine, il monaco Massieu della “Passione” di Dreyer?

Isola struggenti frazioni di Bach per spingere ancor più lontano le immagini vivide (minuziosa la fotografia di Martin Gschlacht) di una delirante, solenne partitura etica. Comprime nella secca, rigida messa in scena una potenza narrativa devastante, calibrata millimetricamente tra il tetro umorismo e l'angoscia mordace, permettendosi il lusso di citare “I parenti terribili” di Cocteau in un finale agghiacciante sulle note sarcastiche di Albano e Romina. Imperdibile. 8/10

postato da: Rohmer alle ore 10:57 | link | commenti
categorie: cinema
mercoledì, 16 settembre 2009

500 giorni insieme (500 days of Summer)
di Marc Webb (Usa, 2009)



Sull'avambraccio di Summer (la perfetta Zooey Deschanel), Tom (Joseph Gordon-Levitt) reinventa scorci di Los Angeles con un pennarello. Ariosi profili, sinceri dettagli sulla candida pelle. Ma accecato dalla passione, non si accorge dell'ambiguità nascosta tra quelle dita sottili, delicatamente intrecciate sulla panchina, nella quiete di un parco.

La loro storia, raccontata attraverso lo sguardo idealista e febbrile del protagonista - architetto mancato, impiegato in una società specializzata nella redazione di biglietti d'auguri - salta continuamente tra quei 500 sorprendenti giorni. Flashback agrodolci, montati con stravagante abilità da Alan Edward Bell, sorretti da una spigolosa, insinuante colonna sonora (dove spicca la struggente “Sweet disposition” dei Temper Trap), snocciolano frammenti di un sentimento autentico, universale. Tanto sbilanciato quanto imprevedibile, effimero, crudele, perché quasi mai frutto di aspettative complementari.

Nato per caso, nell'ascensore dell'ufficio, l'amore del giovane si allunga immediatamente verso la luce: puro, romantico, disarmato. Un magico pezzo degli Smiths (“There is a light that never goes out”), affiorato, un giorno, dalla sua auricolare, aggancia l'attenzione di Summer - neosegretaria del boss - e per il timido copywriter è la fine. Ma la volitiva fanciulla, pur contraccambiando il feeling, mette subito le carte in tavola, preferendo l'agile, confortevole spazio della leggera complicità all'impegnativa responsabilità. Tom accusa il colpo, ma non si arrende. Il caso, però, ribalterà la vita di entrambi.

Per una volta, il classico teorema dell'uomo che fugge dall'ineluttabile, univoco ardore femminile si rovescia illuminando un'inedita prospettiva, ma il risultato, seppure intrigante, lascia qualche piccola ombra. I modelli di riferimento di questa
graffiante opera prima indipendente - presentata in anteprima mondiale al Sundance Festival e approdata con successo a Locarno - si chiamano Gondry, Crowe, Frears e pesano non poco.

Per scacciare, invano, questi illustri fantasmi, il regista americano (con una lunga esperienza di videoclip e spot alle spalle) si concentra sulla scrittura – meticolosa, a tratti assai pungente – e su uno sguardo lucido, disincantato, umoristico ma, allo stesso tempo, assai più malinconico della media (lancinante il primo piano delle mani di Summer e Tom, nuovamente intrecciate sulla stessa panchina quasi in chiusura di parabola).

Gli strumenti narrativi utilizzati, però, come l'eccentrica numerazione dei giorni in sovraimpressione (per scandire il subbuglio temporale/emotivo), gli inserti animati, l'esatta valenza della musica, le divertenti citazioni di Bergman,Truffaut, Lelouch, Nichols,  ripercorrono sentieri già tracciati accompagnando il film verso un finale un po' forzato che stempera l'incisività dimostrata. 6,5/10

postato da: Rohmer alle ore 11:14 | link | commenti
categorie: cinema
lunedì, 11 maggio 2009

Sfiorarsi
di Angelo Orlando (Italia, 2006)




Allungato sul tavolo, il profilo di Céline (l'eccellente Valentina Carnelutti) luccica tracciando una curva soffice, malinconica. L'ennesima storia sbagliata si è appena conclusa con un altro uomo in fuga dietro la porta e le lacrime soffocate nella penombra della cucina. Promettente attrice italo-francese, la trentenne scivola, tra sorrisi e soave inquietudine, da un ricevimento a un corso di danza, dall'ex marito alla scuola elementare della figlia attraversando una Roma (sugg)estiva, autentica, baciata da una luce intensa o sfuggente, umorale.

Dietro una curva, sul marciapiede opposto, dentro un ristorante o per un pugno di secondi di scarto, l'itinerario di Paolo (Angelo Orlando), un quarantenne fotografo, mite, ambiguo e disordinato, sfiora ripetutamente la giovane senza mai incrociarla: invisibile, costante presenza sempre mancata per un soffio di scirocco. Una sera, però, il caso stringe le loro traiettorie davanti il portone di un lussuoso palazzo e quando l'amore sembra finalmente distendersi, i due si allontanano di nuovo. Ma forse non tutto è perduto.

Il terzo film di Angelo Orlando, poliedrico artista salernitano (cabaret, teatro, letteratura, poesia...) trova faticosamente la via della distribuzione, seppur essenziale e autonoma, dopo ben tre anni. Curioso, ingiusto, comune destino dell'odierna cinematografia italiana non allineata, nonostante i riconoscimenti internazionali che, sempre più spesso, piovono su tali opere (in questo caso: Shangai, Bangkok, Tolosa, Mons, Roma).

Scritto in collaborazione con la stessa Carnelutti (ex compagna del regista), il soggetto di questa commedia agrodolce riflette un'urgenza comunicativa sincera, il desiderio di illuminare la confusa leggerezza che, spesso, circonda i quotidiani rapporti amorosi. Incapaci di riconoscere ciò che afferiamo e soprattutto di amare completamente e senza paura, ci nascondiamo dietro effimere maschere che non compromettano alcuna possibilità di eventuale fuga. Talora, però, l'amore è più ostinato e ci costringe a fare davvero i conti con i nostri sentimenti.

Se la messa in scena rispetta efficacemente le premesse, grazie anche a un insinuante tema musicale ambient
(“Behind the glass” di Saro Cosentino, affidato alla splendida voce dell'australiana Karen Eden) che sostiene ed enfatizza i punti-chiave,  la sceneggiatura mostra qualche piccola ombra, perché pecca di eccessivo pudore limitandosi a illustrare il disagio senza mai “sporcare” la pellicola. L''indifferenza verso i personaggi suona, così, un po' stridente, stonata. Lelouch (citato esplicitamente), Sautet e Rohmer, dichiarate fonti d'ispirazione, non sembrano tanto adiacenti quanto le parole di Orlando avrebbero voluto suggerire. 6/10

postato da: Rohmer alle ore 03:12 | link | commenti
categorie: cinema
lunedì, 27 aprile 2009

Two lovers
di James Gray (Usa, 2008)




Le mille luci di Manhattan non sono mai state così vicine a quelle di Parigi. La notte di Leonard
(un grande Joaquin Phoenix) sulle scia della bionda Michelle (l'affilata Gwyneth Paltrow) ha il sapore agrodolce della capitale francese: la poetica fotografia di Baca-Asay spalanca finestre di sfolgorante malinconia davanti il giovane protagonista, promesso sposo tormentato, fragilissimo.

Sandra, mora e sensuale - una sorprendente
Vinessa Shaw sottopelle - lo aspetta con limpida semplicità (e completo sostegno delle rispettive famiglie ebree americane), ma Leonard brucia per l'altra, misteriosa, ambigua dirimpettaia che, pian piano, lo avvolgerà in una trappola mortale.

Il soggetto più consumato del mondo (il triangolo amoroso) diventa una storia
avvincente, cupa nelle mani di questo talentuoso quarantenne cineasta del Queens che firma un'opera struggente, lirica, tragica con un gusto profondamente personale.

Grazie alla particolare messa in scena,
che immerge il protagonista in un sofisticato, inedito clima quasi noir, il film mostra fin dall'inizio interessanti tratti incrociando l' indagine psicologica e il romanzo di formazione, il nichilismo e  il romanticismo più folgorante: il viso di Michelle nascosto dai capelli, nella scena di sesso con Leonard, o la terrazza sopra il palazzo, affascinante teatro decadente, bolla onirica sospesa nel tempo.

Lo sguardo passionale del giovane - ultratrentenne affetto da disturbo bipolare - cui l'occhio del regista si accosta, sfocia in un abbagliante iperrealismo che lega simboli e spazi amplificandone perfettamente l'assonanza, illuminandoli con un taglio vivido, originale, quasi metafisico. Così, mentre la macchina da presa scorre, ad esempio, sulle vetrate del ristorante, s'innalza sul soffitto della hall (che quadro mozzafiato!) o cattura la luce 'buona' del tavolo da pranzo, penetra il sottile strato delle cose, delle parole ad esse legate, mostrando ciò che si cela oltre il confine degli inganni quotidiani.

Isabella Rossellini
, discreta ma incisiva presenza di sguardi, sigilla il dramma con una memorabile sequenza in cima alle scale. 7,5/10

postato da: Rohmer alle ore 23:57 | link | commenti
categorie: cinema
giovedì, 09 aprile 2009

L'estate d'inverno
di Davide Sibaldi (Italia, 2007)




70 minuti in una camera d'albergo
. Fuori piove, dentro, Lulù (la bravissima Pia Lanciotti) e Christian (Fausto Cabra) hanno appena consumato un rapporto sessuale: due italiani, in una notte, alla periferia di Copenhagen. Lei è una trentottenne prostituta per scelta, lui un diciannovenne in fuga da un oscuro passato. Mentre Lulù si riveste, il giovane le chiede un'ora supplementare solo per parlare, per trovare almeno una risposta ai tormenti che lo divorano. Dopo un lungo rifiuto, la donna accetta. Sarà l'inizio di un tremendo duello psicologico che costringerà entrambi a liberare dolorose confessioni e scoprire nuove strade.

L'esordio nel lungometraggio del ventiduenne cineasta milanese - carriera precoce con più di quaranta corti già alle spalle - colpisce per la lucida messa in scena e la totale padronanza tecnica, sebbene la scrittura non convinca pienamente.
Un'opera claustrofobica, angosciante, minimale, girata in digitale con pochi mezzi e in tempo reale (per restituire al meglio la tensione sprigionata). Un film essenzialmente di gesti - violenti, teneri, inattesi - e di pesanti parole, affidato all'intensa performance dei due protagonisti (professionisti con formazione teatrale).

Sibaldi sfrutta ogni angolo della stanza per moltiplicare la suspence (suggestivi angoli di ripresa, perfetta gestione del tempo filmico, inquietanti dettagli, attriti silenziosi), mentre la coppia si "massacra" a colpi di sguardi e dissimulazioni. La splendida fotografia di Luca Fantini sottolinea la dicotomia narrativa dipingendo gli interni di rosso rovente e gli esterni di gelido blu. La storia, però, disegna una strana parabola sbandando verso un brusco, acceso melodramma: una dubbia soluzione che stona con l'efficace trama noir sapientemente costruita.  6,5/10

postato da: Rohmer alle ore 18:42 | link | commenti (4)
categorie: cinema
mercoledì, 01 aprile 2009

Tagliare le parti in grigio
di Vittorio Rifranti (Italia, 2007)




Davanti il microfono, Vittorio Rifranti (milanese, classe '66, laurea in Lettere, diploma di regia alla Civica di Milano) è timido, impacciato. Il breve incontro col pubblico per la presentazione della sua opera prima “ufficiale” (ancora inedito “Lo sguardo nascosto” del 2004) ne mostra l'immagine simpaticamente più goffa, opposta al rigoroso stile professionale.

Miglior esordio a Locarno, nel 2007, questo lungometraggio, girato in digitale con basso budget, ha una storia distributiva particolarmente tormentata. Vari problemi burocratici, legati all'imposizione (discutibile) del divieto ai minori, ne hanno bloccato l'uscita per ben due anni, nonostante il prestigioso riconoscimento ottenuto. Solo ora, trova finalmente il respiro delle sale italiane.

Un film sofisticato, cerebrale. Imperfetto nei dialoghi (la lacuna più evidente), ma incredibilmente efficace nell'
astratta messa in scena: la luce trasmette una sofferenza straziante, la superficie degli oggetti - ora opaca ora lucida (persino le pagine patinate di un innocuo catalogo riflettono un barlume sinistro) - amplifica la desolazione dei rapporti umani, l'angoscia delle parole scava un vuoto agghiacciante, le nude pareti diffondono un gelo insostenibile.

La fondamentale fotografia di Andrea Serafino gioca soprattutto con la sovraesposizione creando suggestivi quadri sospesi, congelati in una dimensione surreale: corpi immersi in un bagliore ora accecante ora soffocante, perimetri indefiniti, ambiguità, crudeltà.

Nadia (una magnetica, spigolosa Micol Martinez), Paola (Isabella Tabarini) e Massimo (Fabrizio Rizzolo) si incrociano nel corridoio di un ospedale durante la comune riabilitazione successiva a un grave incidente stradale. Miracolosamente riconsegnati alla vita, 
nonostante le profonde cicatrici che li solcano, i tre giovani rimbalzano dalla tormentata esperienza, dopo aver attraversato il tunnel del coma. Di quel misterioso viaggio, però, nulla ricordano se non un vago, inquietante spettro.

Trascinati in uno spazio alieno, lontano dalla realtà, allacciano un legame via via sempre più stretto, esclusivo e morboso. Una volta a casa, cominciano a frequentarsi di nascosto dai loro affetti provando, letteralmente sulla propria carne, prima il dolore fisico (lame, vetri ecc.) poi il sesso come strumenti di conoscenza del confine della morte, del piacere e della vita. Trovano nella body-art estrema il casuale, perfetto punto d'incontro iniziando, così, un lungo percorso empirico, un nuovo drammatico itinerario che cambierà per sempre la loro vita.

Rifranti osserva questa lugubre discesa nell'inferno psicologico con una lucidità impressionante. Sfiorando a tratti il gotico (da brividi la lenta discesa dalle scale, nell'intro della performance teatrale) a tratti il lirismo più stralunato (la danza dei corpi appesi, un frammento di grande cinema), il regista milanese firma un'opera aspra, opprimente, ispirata alle atmosfere malate di Cronenberg e di Garrone. Imprecisa per alcuni aspetti (il tema della guerra balcanica, che coinvolge Massimo, rimane sfilacciato), ma assai preziosa per il tentativo di elaborare un personale, coraggioso, sperimentale linguaggio cinematografico.
7/10

postato da: Rohmer alle ore 18:55 | link | commenti
categorie: cinema
sabato, 28 marzo 2009

The wrestler
di Darren Aronofsky (Usa, 2008)




Quando Randy "The Ram" Robinson (un perfetto Mickey Rourke) esce dall'inquadratura, dopo l'ultimo volo dal bordo del ring, la tensione si scioglie e il quadrilatero si confonde col perimetro del fotogramma.
Risucchiato dal vuoto, il pesante protagonista di questo doloroso racconto morale esce di scena entrando nello spazio eterno dei loosers e sublimando la sua parabola nel mito.

La vecchia stella (decadente) di Randy, brillante icona del wrestling anni Ottanta, rotola malamente, ora, nella polvere del New Jersey, costretta a esibirsi per un pugno di dollari davanti a famigliole e ragazzini. Ma quando incrocia lo sguardo simpatico di Pam, una spogliarellista di cui diventa amico (
la sorprendente Marisa Tomei, infinitamente più carina - e convincente - ora di vent'anni fa), la sua vita sembra trovare, finalmente, la giusta direzione.

Resuscitato dopo un lungo calvario personale,
Rourke dà tutto sé stesso a un personaggio non molto originale, ma autentico e struggente come pochi. Il suo corpo lucido e imponente, gonfio e un po' goffo è marchiato dalle ferite e dai travagli di una carriera tormentata ed è esibito con iperrealismo, autoironia e ovviamente una palese intenzione autobiografica (personaggio e interprete, si sovrappongono più volte).

Aronofsky si appoggia totalmente al protagonista abbracciandolo con una messa in scena intensamente emotiva, ma immergendolo in una
sceneggiatura poco equilibrata - tanto efficace e tesa nel primo tempo, quanto distratta e molle nel secondo - riscattata, però, da un notevole finale.

Scadente il doppiaggio italiano: l'inglese di "Ram" è assai più significativo, ricco di strappi, scaglie di parole, sussurri e troncature sibilline che chiudono il cerchio intorno a una personalità più complessa di quanto appare sui nostri schermi. 6,5/10 

postato da: Rohmer alle ore 17:48 | link | commenti
categorie: cinema
martedì, 25 novembre 2008

Rachel sta per sposarsi
di Jonathan Demme (Usa, 2008)



Agita forte i pugni in aria, Paul (Bill Irwin), mentre il viso si accartoccia in una smorfia disumana. Le labbra si incollano, il respiro si blocca e le sopracciglia si piegano in un arco disperato. No, non deve piangere, non può, non adesso che l'intera famiglia è riunita per la prova generale del matrimonio della primogenita Rachel (una precisa Rosemarie DeWitt). Così, ricaccia le lacrime in fondo al cuore, dove il suo piccolo Ethan riposa in un ricordo soffocato con le unghie.
Un quadro fulminante come un lampo di luce metafisica. Iperrealismo essenziale, chirurgica bellezza. In pochi secondi, l'occhio di Demme cattura lo sforzo emotivo del gesto, la sua purezza suprema e ci toglie il respiro.

Questo grande film corale, che cita Altman, ricorda Sirk e ringrazia Corman nei titoli di coda, ha i colori caldi e il pathos di una confessione, perché consuma ogni sequenza nella macerazione, tanto involontaria quanto imprevedibile (e perciò più potente) di una certezza. Fa a pezzi i rapporti umani con una semplicità disarmante e a ritmo di samba, dub e rock (grande Neil Young) ribalta i valori piccolo-borghesi e scioglie le meschinità incrostate nel quotidiano.

Interno-cucina, salotto, giardino. Nella grande casa - la vera abitazione del regista, riempita per cinque giorni di interpreti, amici e collaboratori - è un frenetico via vai di vestiti, vassoi, musicisti panetnici, abbracci, ma anche veleni, ipocrisie, vendette e rese di conti.
Scortato dalle scosse telluriche della camera a mano, dalle voragini istintive dello zoom, dai penetranti primi piani che si incollano ai (ris)volti dei protagonisti, il rutilante antipasto cerimoniale si trasforma in un meraviglioso teatro filmato, costruito in progress, pieno di vita e di passione (la sceneggiatura di Jenny Lumet, infatti, all'uopo fu originariamente scritta).

Kym (un'impressionante Anne Hathaway), ex tossica in permesso dal centro di riabilitazione, piomba nel mezzo della bolgia casalinga e ben presto si rende conto che avrebbe fatto meglio a rimanere in comunità. Perenne sigaretta in bocca, caschetto ribelle, look alternativo, la sorella "scomoda" di Rachel (scopriremo presto il toccante segreto che cela) si fa largo a spallate tra i parenti serpenti, vittima sacrificale costretta dall'inesorabile stigma della devianza, destinata all'eterno "supplizio" da (quasi) tutta la stirpe. Prima ignorata, poi compatita, infine sottovalutata perfino da una madre assente (Debra Winger d'alta classe che cala il poker in un devastante corpo a corpo con la stessa Kym).
Dinoccolata, emaciata, negletta, eppure tremendamente empatica, la giovane, lunare protagonista urla amore silenzioso dagli implacabili occhi scuri, scalpita e proietta il cuore dove nessun altro arriva, nonostante tutto. Finirà stremata di sé, ma trasformata, dopo aver raggiunto, faticosamente, il punto d'equilibrio con Rachel (e forse anche con sé stessa) prima dell'etereo, agrodolce epilogo.
Anne Hathaway (la faccia più giusta che il regista potesse scovare), fatta di sguardi lucidi, piegati, intensi e di espressioni sottilmente sconvolgenti dà a questo struggente personaggio una forza inaudita. 7,5/10


postato da: Rohmer alle ore 02:07 | link | commenti (7)
categorie: cinema